Associazione vittime eccidi nazifascisti di GRIZZANA MARZABOTTO MONZUNO  
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Introduzione

In questo libro sono state raccolte le testimonianze di alcune persone sopravvissute alla strage del ’44 nei Comuni di Grizzana, Marzabotto, Monzuno e di tutti i Comuni limitrofi.

Una prima parte è stata pubblicata nel 2008 nel libro “I Bambini del ‘44” e si continuerà a raccogliere testimonianze tra  i sopravvissuti e familiari.

Questo libro raccoglie: 

- Testimonianze de “I bambini dell’44”.

- Testimonianze di adulti sopravvissuti.

- Contributi di Familiari e Amici dei sopravvissuti

- Contributi scientifici.

- Documentazione relativa a tutto ciò che raccontano i testimoni: gli aiuti ricevuti dalla Svizzera, l’accoglienza nel più importante Centro Profughi di Firenze, per alcuni una sede definitiva, per altri una sede momentanea in attesa di raggiungere altri Centri Profughi, i luoghi dove si selezionavano gli uomini per la deportazione in Germania e i luoghi destinati ai lavori forzati. 

- Monte Sole oggi. Ci sono pagine dedicate alle persone che hanno collaborato e collaborano ogni giorno per tenere viva la memoria, con il loro sostegno morale e materiale, con lo studio, con la preghiera, con l’accoglienza quotidiana verso ogni persona che desidera visitare i luoghi degli eccidi, ascoltare la storia degli avvenimenti, approfondirla e che ci invita a parlare nelle scuole, nelle varie Istituzioni dei loro paesi e delle loro città.

- Visita ai luoghi della strage. Riflessioni di bambini.

- Il giorno della memoria. Shlomo Venezia ed Elena Bono.

Per i Testimoni

 Care amiche, cari amici,

                                        grazie per avermi accolta nelle vostre case con tanto affetto e con una premura che ha permesso di conoscerci molto di più di quanto si leggerà nelle vostre testimonianze. È stato bello rivedere amici, parenti, compaesani e ricordare con loro tante emozioni, tanti avvenimenti. Per tutti noi che non ci conoscevamo, però, ciò che abbiamo vissuto è stata un’esperienza più profonda, UNICA.

In quei giorni, mesi e anni terribili tutti noi, pur vivendo in paesi, borghi, casolari distanti l’uno dall’altro, eravamo uniti nel dolore, nella disperazione, nella difesa della nostra dignità calpestata e offesa ogni momento.

Non ci conoscevamo ma,  insieme, ci aiutavamo a salvare le nostre vite, particolarmente quelle dei più deboli, a lottare perché le nostre famiglie, le nostre Comunità non fossero cancellate dalla nostra terra, così come era stato deciso da”un piano di sterminio” criminale.

Ci facevamo le stesse domande, ci consolavamo con l’aiuto delle persone buone che avevamo vicino a noi e che ci parlavano, ci accarezzavano con parole e gesti che scaturivano da una ricercatezza umana altissima.

Quando ci siamo ritrovati, dopo tanti anni, in poche ore e in pochi giorni abbiamo parlato di noi, senza difese. Ci siamo parlati con le lacrime, con i silenzi, con il racconto delle nostre storie, con i sorrisi e, a volte, anche divertendoci nel ricordare qualche nostra ingenuità o la nostra meraviglia di fronte alla scoperta di cose belle e inaspettate.

Insieme abbiamo parlato dei nostri familiari martiri e attraverso le nostre confidenze, abbiamo approfondito la loro conoscenza.  Quante persone erano state da loro amate e quante persone li avevano amati. Quanto amore avevano saputo regalare, e quanto amore avevano ricevuto.

Tutto questo amore che ci aveva nutrito silenziosamente, lo abbiamo riscoperto e rivissuto con consapevolezza in quegli incontri, nelle vostre case. Oggi sappiamo con certezza dove nasce quella forza che ci ha sostenuto nel ricominciare a vivere una nuova vita, capendone tutto il suo valore.

La nostra è una storia di dolore e amore  

All’amore dei nostri Cari barbaramente uccisi, uniamo l’amore dei nostri Cari sopravvissuti, quei giganti che hanno saputo regalare a noi, particolarmente ai più piccoli e ai più deboli, quella eredità d’amore di chi non è più fisicamente vicino a noi, arricchendola, ogni giorno, con una donazione totale di se stessi.

Tutti noi testimoni abbiamo impressa nel cuore, nella mente e nella carne, quella richiesta dei nostri Cari, che sono morti, gridando GIUSTIZIA.

Quando, dopo sessantadue anni è stato possibile entrare in un Tribunale per parlare di Giustizia ricostruendo la Verità degli avvenimenti, noi ci siamo presentati e abbiamo parlato di loro, come soltanto può fare un familiare. Tutti possiamo raccontare date e avvenimenti, ma delle nostre madri, dei nostri padri, delle nostre sorelle, dei nostri fratelli, dei nostri figli, delle nostre mogli, dei nostri mariti, dei nostri nonni, dei nostri zii, possiamo parlare soltanto noi che da loro siamo stati amati e che noi abbiamo amato.

Noi non siamo soltanto dei testimoni, siamo soprattutto la testimonianza delle loro vite.

La richiesta di Giustizia dei nostri Cari l’abbiamo raccolta dal primo giorno e l’abbiamo incarnata come impegno quotidiano in ogni nostra relazione umana, affettiva e lavorativa, sia nelle nostre famiglie, sia nella società: viviamo con LORO sempre.

Tutto questo emerge dalle testimonianze. La nostra volontà di incontrarci e conoscerci tra testimoni, aprendo i nostri cuori, oggi ci permette di sentirci più uniti, più forti: il nostro esempio è stato un aiuto per molti sopravvissuti che, dopo tanto silenzio, ora desiderano far sentire la loro voce. Conserviamo il dono della MEMORIA, facendo vivere in noi, nelle nostre storie, la testimonianza di chi non c’è più.

 
Per i Lettori

 

Care amiche, cari amici,

                                       grazie per averci voluto conoscere. Dopo aver parlato e approfondito con noi ciò che abbiamo vissuto durante e dopo gli eccidi, molti di voi hanno sentito l’urgenza di acquistare i nostri libri per poter rileggere in silenzio e solitudine le nostre testimonianze, riflettendo e meditando su di esse.

Il vostro desiderio profondo di “capire” la strage da noi subita, da un punto di vista storico, umano e intimo ci ha fatto sentire tutta la vostra considerazione, il vostro rispetto e la vostra stima per come siamo riusciti ad affrontare quel “male” che ci voleva vedere annientati, ma non c’è riuscito. Anche se le nostre vite sono segnate per sempre da dolori profondi, i volti, le mani di tante persone buone hanno scavato in noi dei solchi di luce che ci hanno guidato nel momento di buio più oscuro e ci hanno aperto tante strade luminose che abbiamo percorso, con la ferma volontà di trasformare la lotta quotidiana per la sopravvivenza in una graduale conquista della nostra rinascita. E’ stato un cammino faticoso, ma sostenuto da tanta solidarietà.

Voi siete con noi dentro questa luce, perché leggendo le nostre testimonianze vi siete commossi, qualcuno ci ha detto che ha pianto, avete riflettuto sugli orrori della guerra totale, sulle responsabilità di coloro che l’hanno voluta e di quanti sono stati conniventi, consapevoli e  inconsapevoli.

In quei giorni noi eravamo deboli, impreparati, non avevamo le stesse armi e abbiamo perso.

Oggi, però, possiamo dire che abbiamo vinto perché ci siamo impegnati, ognuno con i propri talenti, ad attuare ciò che abbiamo compreso attraverso l’esperienza del dolore. 

Abbiamo capito che ognuno di noi deve difendere la pace impegnandosi, ogni giorno e tutti insieme, a combattere sopraffazioni, ingiustizie, povertà morali, culturali ed economiche.

Abbiamo capito che dobbiamo essere protagonisti nelle nostre scelte e saper  distinguere, con lucidità e competenza tra i governanti che vogliono “il bene” comune  e tra chi ha sete di potere fino all’estremo disprezzo di ogni vita.

Abbiamo capito che tutto ciò che si è costruito sul "male" da parte di
persone, Istituzioni e organizzazioni noi dobbiamo impegnarci a conoscerlo profondamente, per saperci difendere e  combatterlo. 
 

I nostri familiari, giganti di Umanità, sono stati degli autentici COSTRUTTORI DI PACE.

Hanno saputo trasformare il loro dolore in amore, difendendo i più deboli, ricostruendo le loro famiglie, le loro case e le loro Comunità.

Questa è stata la loro e la nostra vittoria sulla guerra. 
 

 ANNA ROSA NANNETTI

TESTIMONIANZE dei  Familiari  una fra le tante:

Franco Leoni Lautizi di anni 5 e 7 mesi  

Avevo cinque anni e sette mesi, quel 29 Settembre del 1944, abitavo a Ca' del Piede a pochi chilometri da Marzabotto, nella parrocchia di San Martino. I miei genitori, i nonni, gli zii, tutta una famiglia di contadini lavoravano dall'alba al tramonto per avere il minimo indispensabile dalla terra.

Eravamo da alcuni giorni riparati dal pericolo delle bombe in un rifugio scavato nel tufo, in un fosso scendendo da Ca' del Piede verso Rivabella. Era una giornata di pioggia fine e fastidiosa, nel rifugio con noi c'erano altre famiglie dei dintorni e qualche sfollato dalla città; praticamente si mangiava e si dormiva in quel luogo per paura delle bombe e dei tedeschi.

Mia madre Sassi Maria Martina era incinta ed era arrivata alle doglie, decise con la nonna Amalia Bondioli, di uscire dal rifugio per andare a casa, per avere un ambiente adatto al parto ed io mi aggregai a loro. Arrivati a casa, ci siamo resi conto che la stalla era quasi completamente bruciata e la casa cominciava a prendere fuoco e la paura dell'arrivo dei tedeschi era tanta, che la Mamma e mia Nonna decisero di prendere l'indispensabile e tornare al rifugio.

Mentre scendevamo lungo la strada sterrata, una pattuglia di SS, sul sentiero del promontorio di Ca' di Dorino, ci prese a mitragliare. Cercammo di rifugiarci nel fosso attiguo alla strada, ma in quel punto non eravamo riparati e vedendo un pagliaio nei pressi, raggiungerlo ci sembrò l'unica soluzione di salvezza. La nonna Amelia cadde prima di arrivarci, colpita alla testa, io e mia madre riuscimmo nel tentativo, ma mia madre fu colpita all'addome ed io alla schiena e all'anca: non percepivo dolore, ma solo una sensazione di grande calore in tutto il corpo. Mia madre urlava tenendosi il ventre, il dolore delle doglie e della ferita doveva essere atroce, sino a quando dopo un tempo quasi interminabile è spirata. Mi sono rannicchiato accanto a lei fino quando a sera con il buio, sono venuti a prendermi le persone dal rifugio, mi hanno adagiato in una coperta aspettando che anch’io me ne andassi e nell'inconscio del momento percepivo la voce di mio padre Armando, che disperato, mentre piangeva, diceva che non gli importava più niente della vita. Infatti, il giorno dopo lo presero le SS e lo fucilarono. Dopo un anno ritrovammo in un fosso il suo corpo insieme a quello di un amico.

Arrivarono il giorno dopo le SS, che ci deportarono verso San Martino e nell'attraversare i luoghi che conoscevo, vidi tutto l'orrore della guerra, bambini, donne e morti nei fossi e cose che mi vengono difficili descrivere.

Quando riuscimmo ad attraversare il fronte dopo varie traversie, mi portarono a farmi curare dagli Alleati a San Benedetto Val di Sambro. Se la guerra è stata orrenda, per un orfano di entrambi i genitori, il dopo è stata una tragedia; fame, botte e orfanatrofio, dove non sempre le suore sono figlie di Maria, specialmente quando non hai più nessuno a proteggerti.

La pallottola presa nell'anca in diagonale, poi entrata nella pancia e precisamente nella vescica, per anni mi ha torturato dal male, perché nessuno si era mai posto il problema di pensare che una pallottola in entrata, deve avere anche un buco di uscita, altrimenti è ovvio che si trovi nel corpo. Per sopravvivere ho dovuto crescere e diventare adulto, ancora da bambino.

 

Passato il fronte, in primavera, siamo rientrati a La Quercia, in una casa alquanto diroccata, con mio nonno e una zia, sorella di mio padre. Ho passato con loro circa un anno, sempre campando alla giornata con quello che si riusciva a rimediare dalla campagna; radicchio, lumache, ricci ed anche gatti, con malattie date dalla sporcizia tipo scabbia, bronchiti e tanta fame; fino a quando è intervenuto il parroco e sono finito in collegio, se così si può chiamare.

In orfanotrofio ho passato cinque anni, dove più volte mi sono ritrovato ad invocare mia madre, perché mi portasse con lei. Ero tanto depresso che invocavo solo la morte.

Ogni domenica di visita dei parenti, mi ritrovavo appoggiato al cancello dalle nove del mattino alle cinque di sera a guardare il fondo della strada, per vedere se c‘era ancora qualcuno per me, ma sempre inutilmente, mi sarebbe bastato un volto conosciuto o una caramella per fare festa.

Finito le elementari e dopo avere fatto l’esame di ammissione alle medie, mi si è presentata una signora anziana (56 anni) Lautizi Pellegrina, piccola di statura, molto raffinata e molto dolce anche nel parlare, mi ha chiesto se ero disposto ad andare a vivere con Lei. La mia risposta è stata: ”C’è la possibilità di mangiare?” (tanta era la preoccupazione arretrata di cibo che avevo nutrito fino ad allora). La sua risposta fu:

”Tanto più di quanto ne puoi mangiare”.

Mi ha portato a casa sua in provincia di Ascoli Piceno. Era una signora nubile, benestante con casa e poderi, avevo tutto quello che neanche nel mio immaginario avevo mai sognato: ero passato da un girone infernale ad un paradiso immenso, ma il destino avverso era di nuovo in agguato. Un male incurabile me l‘ha portata via nel breve tempo di un anno, ha fatto in tempo a farmi operare ed estrarre la pallottola che da anni mi tormentava nella vescica e la cosa più importante a dare il suo cognome sia a me che a mio fratellino più piccolo, Pietro, con una regolare adozione. Quando ho capito, tramite il medico, che non aveva alternative di allungare la vita, ho cercato di ripagare il suo amore ed il affetto standole sempre vicino e chiamandola mamma. Con questa unica parola, per lei tanto importante, è deceduta serena.

A dodici anni ero di nuovo orfano.

Ho dovuto dire addio troppo presto ai miei genitori, una parte di me se n’è andata con loro, la loro scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile dentro di me. Voglio credere che da dove sono mi stiano guardando, mi stiano regalando un sorriso. Saranno sempre nel mio cuore.

 

CIAO MARTINA, CIAO ARMANDO se il vostro sacrificio è servito per avere un mondo migliore sono fiero di essere vostro figlio.

 

Sono Claudia Girelli e frequento la 1° media a Rimini.

Sono stata con la nonna e la mamma a vedere il film”L’uomo che verrà” e non riesco a credere e a rendermi conto che fatti del genere siano realmente accaduti, anche se ho conosciuto la storia del nostro amico Franco e i miei nonni mi hanno parlato di ciò che loro hanno vissuto, durante la seconda guerra mondiale.

La nonna ricorda i rastrellamenti, di notte. Lei aveva dodici anni, stava dormendo sul divano, entrarono di forza i tedeschi nella sala, le toccarono le trecce, poi la ricoprirono, dicendo: ”No partisan”. Lei ha visto sulle colline romagnole bruciare le case, uccidere. Secondo la nonna, nel film, la vicenda è narrata in modo realistico, era proprio così, anche sull’Appennino romagnolo.

Purtroppo Franco è stato protagonista di una vicenda tragica.

Il fratellino di Franco non è stato salvato, la protagonista Martina, invece, riesce a salvare il suo fratellino, gli canta una NINNA NANNA, tenendolo in braccio, mentre dondola un’altalena.

Io sono rimasta stupita a sentirla parlare per la prima volta.

 

 

 MIA MADRE

     Era bella mia madre, aveva appena 23 anni, quel 29 settembre.

     Il suo viso era dolce e sereno, era bella mia madre.

     Mi teneva per mano, lungo la stradina che scendeva verso il rifugio,

     si lamentava perché a breve tempo si apprestava a dare alla luce un'altra vita, confortata dalla nonna che a sua volta la sosteneva.

     Era bella anche nel dolore delle doglie.

     Il crepitio dei colpi di mitraglia, ci lasciò sgomenti; colpita al ventre si accorse  di perdere tutto in un attimo: le sue mani sporche del mio sangue, lo sguardo perso negli occhi sbarrati della nonna, si teneva il ventre, cercando di avvolgermi al suo corpo per ripararmi dal   piombo, come una chioccia protegge il pulcino sotto le ali.

     I suoi urli di disperazione e di dolore erano quasi inumani, ma 
     anche in quei momenti aveva una carezza per me.

     Era tanto dolce mia madre.

     Se c'è qualcuno in cielo non può ignorare ciò che è sulla terra.

     Era una ragazzina mia madre.

     Un incubo che mi perseguita nella vita, ma nello stesso rivedo il sorriso dolce di mia madre.

     Era veramente bella mia madre.

 

                                                     Franco Leoni